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La finanziaria di Prodi, le incertezze del debito pubblico e chi ne paga le spese 22 Ott 2006

Posted by danilogiurdanella in Economia & Lavoro.
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Di tutte le agenzie di rating internazionale, Ficht è la più importante e prestigiosa. I suoi esperti sono i migliori (e i più pagati) al mondo. Appaiono dunque ben strane le critiche che la sinistra italiana riserva alla decisione della suddetta agenzia di abbassare il rating italiano a causa di una deludente finanziaria. Tant’è vero che lo stesso Presidente del Consiglio, Romano Prodi, prendendo la decisione di porre la fiducia, sembra conscio di quanto sia stata redatta in malo modo la più importante legge di ogni anno.

La sua affermazione, che la riduzione di credibilità del sistema-paese dipenda da scelte effettuate dal precedente Governo è tanto assurda quanto populista. Basta dare un’occhiata alle motivazioni di Ficht per capire che Prodi tenta, messo alle strette dal fallimento del proprio esecutivo, di arrampicarsi sugli specchi. Ficht esplicitamente statuisce che cause del declassamento sono i mancati tagli alle spese della finanziaria.

La finanziaria è definita il timone della politica economica di un governo e da quella di Prodi ne possiamo ricavare un triplice ordine di conseguenze.
In primo luogo pone fine alle aspettative del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, che aveva tentato di ricomporre il dialogo fra i poli. Un Presidente, beninteso, eletto, con un gesto di arroganza, dai loro stessi ranghi politici.
In secondo luogo l’innalzamento della pressione fiscale arriva in un momento in cui l’OCSE (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione economica) aveva sancito la bontà delle riforme economiche del Governo Berlusconi, tant’è vero che in un recente report la suddetta organizzazione riconosce all’Italia di aver fatto dei passi da gigante, avvicinandosi al modello fiscale dei paesi più virtuosi e meno interventisti nell’economia, come Spagna- che sotto Aznar ha fatto enormi prograssi, Irlanda, Svizzera e Germania.
Infine, e questo è l’aspetto che qui vorrei sottolineare, perché è quello che segnatamente interessa ai siciliani cui questo articolo è rivolto, l’incapacità di contenere la spesa pubblica, e i conseguenti dubbi sul nostro enorme debito pubblico, si riflette direttamente sulle economia delle regioni e degli altri enti locali.

La Ficht ha già di conseguenza abbassato il rating di alcuni enti pubblici territoriali, sottolineando come questa scelta non rifletta politiche dei governanti locali ma scelte del Governo romano.
Ora, che il rating della Lombardia o del Comune di Milano si abbassi, questo è qualcosa di grave, ma, a ben pensarci, gli effetti di un crescente debito pubblico, possono avere conseguenze molto più gravi su regioni con una più produttività economica più stentata, come la Sicilia. E qui non mi sto riferendo alle consuetudinarie privatizzazioni e liberalizzazioni, o a come l’intervento pubblico nell’economia potrebbe distruggere ciò che di buono si è costruito in questi anni nel Sud del Paese. Sto parlando del fatto che la fiducia nella capacità di adempiere le proprie obbligazioni, a livello di governo centrale si rifletta seriamente sull’attrattività di determinate regioni meno economicamente produttive.

Mi spiego meglio.

Com’è noto l’Italia ha il terzo debito pubblico del mondo, il Giappone il secondo, gli Stati Uniti il terzo. Ma quello che ci interessa non è il debito in sé ma il rapporto debito PIL (prodotto interno lordo), in quanto significativo della capacità di ogni Stato di far fronte alle proprie obbligazioni. In questo caso l’Italia si trova abbastanza avanti nella classifica e il suo notevole patrimonio pubblico sembra non aiutare in quanto non genera molti ricavi. Adesso, nel caso di un peggioramento delle condizioni dei conti pubblici quali sono le regioni più a rischio? La risposta è semplice: le meno produttive, le più bisognose di infrastrutture e di investimenti di capitali esteri, insomma il Meridione del Paese. Bisogna peraltro considerare che il peggioramento dei conti pubblici è visibile non solo da lato delle uscite ma anche da quello delle entrate. Secondo le recenti previsioni di crescita economica pubblicati dalla Deutsche Bank, l’Italia sarà il fanalino di coda di Eurolandia nel 2007. Tale anemico incremento del Prodotto Interno Lordo (PIL) risulta solo l’1,2%, e peraltro ha subito un ulteriore ribasso subito dopo i primi provvedimenti approvati dalla XV legislatura, segno di una sostanziale sfiducia verso il Governo Prodi.

La ricetta per il rilancio economico del Meridione è stata già scritta, e si tratta solo di applicarla. Abbiamo bisogno del federalismo fiscale, delle liberalizzazioni, di una legislazione del lavoro più adeguata alle nostre esigenze, di una più forte capacità di lobby e di fare sistema per incentivare il mercato dei capitali. Tutto ciò deve venire da Roma ed in parte, durante il Governo Berlusconi è stato realizzato; ma la strada è lunga e con uomini come Prodi al potere anche impervia.
Si dice che il padre dell’economia moderna, Adam Smith, di fronte ad un giovane che affermava che la perdita degli inglesi a Yorktown sarebbe stata la fine dell’impero britannico, abbia replicato: “Young man, there’s a deal of ruin in a nation”. Così il danno fatto da Prodi con la Finanziaria è grosso e peserà su tutta l’Italia, ma ancora di più sulle regioni che posso emergere facilmente e che necessitano solo di una particolare attenzione legislativa e di un flusso di capitali di una certa consistenza.

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Commenti»

1. Mariagiovanna Gradanti - 23 Ott 2006

Ciao e benvenuto su Hyspa Agorà.

Complimenti per la tua analisi, molto lucida, completa e ben documentata.
Solo una cosa a proprosito della Ficht: ricordo una puntata di “Ballarò” in cui si parlava delle perplessità sollevate dall’agenzia di rating sulla politica economica del centro-destra. Fini (se ben ricordo, ma potrei sbagliarmi) aveva qualche perplessità sulla “notorietà” dell’agenzia e Diliberto non faceva altro che ripetergli: “Guarda che la Ficht è una delle più importanti ed autorevoli agenzie di rating al mondo, se non la conosci peggio per te!”.
L’altro giorno, sul TG3, mi è toccato sentire Rizzo (che Diliberto conosce molto bene, essendo un esponente del suo partito) che diceva: “Tutto ciò è sbagliato, le agenzie di rating non possono avere questo potere, è ingiusto declassare l’Italia screditando una finanziaria che non ha ancora mostrato i suoi effetti”.
Forse è meglio che la Ficht l’abbia fatto adesso: probabilmente, nel dubbio, hanno pensato di non spingersi troppo oltre, mantendo uno spiraglio di ottimismo (!).


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