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La Cava d’Ispica nel diario di viaggio di Denon 30 Ott 2006

Posted by Katia Pioggia in Appunti di viaggio.
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Nel XVIII secolo si riteneva fondamentale almeno una visita in Italia, ritenuta ai tempi uno dei paesi più importanti per chiunque fosse interessato a conoscere la storia dell’arte, per l’istruzione dei giovani studiosi europei. Nasceva così l’epoca del “Grand Tour” durante la quale studiosi tedeschi, francesi, inglesi, russi e di altre nazioni preferivano il nostro Paese come meta dei loro viaggi. Ciò che destava particolare interesse in questi uomini era la Sicilia, con le sue bellezze artistiche e architettoniche. E da questi lunghi viaggi ne derivano preziosi resoconti  con descrizioni dettagliate dei luoghi da loro visitati.

Anche la Cava di Ispica fu al tempo meta di viaggiatori stranieri. In particolare, Dominique Vivant Denon, inviato nel 1778 in Sicilia con il compito di stendere un resoconto sulle antichità dell’isola, nel suo diario di viaggio (pubblicato poi nel 1788 a Parigi con il titolo Voyage in Sicile), dà una incantevole descrizione di questo nostro grande sito rupestre.

Si tratta di un resoconto che costituisce, per coloro che oggi la visitano, un preziosissimo strumento di conoscenza.

[…] Nel mezzo di questa vasta distesa che somiglia ad una pianura uniforme, venendo tutto ad un tratto a mancare il terreno, si scopre una vallata profonda, tortuosa, così ricca, tanto abbondante di prodotti quanto il resto è arido. Discendemmo un sentiero rischioso, lungo la roccia a picco che fiancheggia questa vallata, il fondo della quale è a cento piedi più in basso. Qui, una sorgente abbondante bagna dei grandi alberi e scorre in canali tagliati nella roccia; ciò dà a questo luogo situato nella parte più aspra e scottante della Sicilia Meridionale tutta la verzura e la freschezza di certi panorami alpini d’estate. Godevo in pieno del fascino di questa vallata, mentre cercavo ancora di scoprire che cosa avesse di straordinario, quando, esaminando da più vicino, vidi nella parte laterale esposta a mezzogiorno, che era maggiormente sciupata dai cambiamenti del clima, l’interno di un’infinita moltitudine di piccole camere, l’una sull’altra, scavate nella roccia in piani da dieci a dodici piedi. Dubitai un momento che fosse solo effetto della natura della roccia che, a strati più o meno friabili, avesse creato quell’ordine di deterioramento; ma ne fui ben presto dissuaso quando, esaminando più da vicino, ritrovai lo stampo dell’arnese in una pietra della stessa durezza, trovai altrettante porte per altrettante camere, tutte della stessa grandezza, quasi tutte senza comunicazione, con la stessa forma, lo stesso lavoro, le stesse disposizioni e per gli stessi usi. Cercammo nella parte opposta e notammo, osservando più da vicino, che questo lato non era stato meno lavorato ed abitato, ma che verso l’ombra, era meno deteriorato. Si vedevano soltanto le aperture strette delle grotte che servivano loro da entrata e qui, per la maggior parte, erano mascherate dalla loro stessa direzione. Da questa parte trovammo delle camere intere, il vano delle porte conservato, una guida di scorrimento ad ogni lato della cornice, dove gli abitanti facevano probabilmente scivolare delle tavole, l’una sull’altra, e due fori dove veniva posta una traversa per assicurare la chiusura. Ogni vano formava un quadrato con gli angoli smussati, di diciotto piedi di lunghezza su sei di altezza e di larghezza. Di fronte all’ingresso di quelli dei primi piani, ci sono delle specie di nicchie nelle quali è appena accennata una mangiatoia con un anello incastrato per attaccare la vacca; a sinistra della porta, una specie di vasca o di bacino, scavato nel suolo, con un’apertura al di fuori che sembra destinata a dare scolo alle acque; un’altra apertura ad altezza di appoggio, per lasciare entrare la luce e l’aria, quando la porta era chiusa; di fronte uno scavo di alcuni pollici, dove si può pensare che fosse il letto; tutt’intorno ai lati, degli anelli intagliati per attaccare delle capre o sospendervi degli utensili, e dei fori dove, senza dubbio, erano fissati dei sostegni che portavano delle tavole che formavano dei ripiani; dei piccoli incavi di qualche pollice di profondità per appoggiarvi delle lampade o altri piccoli oggetti; in certi altri vani, una specie di credenza nella quale si inserivano dei vasi, e sotto una piccola piattaforma rotonda con intorno un piccolo canale ed uno scarico per le acque; ma tutto questo era talmente consunto ed originariamente tanto mal costruito che è difficile stabilirne l’uso, a meno che non fosse adibito a fare ed a conservare il formaggio.

[…] Fui molto sorpreso di trovare in queste abitazioni così rustiche dei frammenti di vasi di terracotta greci della massima finezza; in fondo alla vallata, delle tombe ricavate in una pietra incavata di cinque piedi e qualche pollice di lunghezza, su quindici pollici di larghezza, e delle ossa pietrificate; una gran quantità di frammenti di vasi di grossa terracotta rossa, un pezzo di marmo bianco, tagliato grossolanamente a forma di piccolo piedistallo per un busto, due piccole aperture quadrate ed una specie di forno di quattro piedi di diametro su quattro piedi e due pollici di altezza, a volta cilindrica, la sola cosa che sia stata fatta con una forma regolare.

[…] Trovai alcuni di questi rifugi ancora abitati, con lo stesso uso per ogni cosa e, negli abitanti, dei caratteri tanto scontrosi quanto il luogo era selvaggio e solitario. I bambini scappavano al mio avvicinare e gridavano disperatamente vedendomi entrare nella capanna del padre, nonostante tutte le dimostrazioni di amicizia che usavo per dar loro un po’ di fiducia. Seguendo la vallata, arrivammo a quello che viene chiamato il castello. Esso è ugualmente scavato nella roccia. Si sale al secondo piano con una scala esterna, la sola che esista nella vallata. Tutte le prime stanze sono state aperte dalla caduta della roccia. Se ne possono contare otto in questo stato, delle quali si vede solo il fondo; la quarta doveva servire da cucina. Si vedono i segni del fuoco che vi è stato acceso, ed una specie di piccolo forno e, davanti, dei mortai scavati nella roccia; nell’ottavo locale, un’apertura rotonda che serve da scala; più oltre due piccoli locali chiusi, a forma di corridoio, uno di otto piedi di lunghezza, l’altro di sette; dopo questo, un locale di ventiquattro piedi per nove, con una finestra; e tre altri, in fila, ed allo stesso livello, comunicanti fra di loro; due altri, in una seconda fila, più incassati nella roccia, in comunicazione con quelli che erano loro paralleli; nel penultimo, esiste un foro che scendeva al piano sottostante, ed un altro che comunicava con il piano superiore; non potemmo salirvi, ma, apparentemente, esso aveva la stessa distribuzione.

[…] Mi inoltrai ancora nella vallata per più di un miglio, senza trovare alcun cambiamento nella costruzione di questi rifugi, né nel loro ordine né nel loro numero. Poiché non sono affatto dovute al caso, ma sono tutte unicamente opera degli uomini e talmente ravvicinate alla natura non si può fare a meno di pensare che esse risalgono alla più remota antichità e siano forse state fatte dai primi abitanti dell’isola, prima ancora che gli uomini fossero a conoscenza della comodità di una casa e non avessero altra necessità che quella di mettersi al coperto. Il numero infinito di queste capanne non può lasciare alcun dubbio sul fatto che siano state occupate da un popolo estremamente numeroso, esclusivamente di pastori, senza mezzi di difesa, usando, al massimo, e per unica astuzia di guerra, quella di nascondersi, arrampicandosi e, per così dire, incrostandosi nella roccia. La storia ci indica, come primi abitanti della Sicilia, i Lestrigoni, uomini giganteschi, dei quali si ignora l’origine, ed i Sicani venuti dalla Spagna. La storia narra inoltre che i Sicani, disputandosi continuamente le pianure di Lentini e le ricche contrade dell’Etna, furono obbligati a cederle ai Lestrigoni che li scacciarono e li obbligarono ad andare ad occupare la zona del mezzogiorno. Sarebbe dunque nella vallata di Ispica, che è sulla costa meridionale, che i Sicani sarebbero venuti a rifugiarsi, nascondendosi nel deserto, per sfuggire all’inseguimento dei loro giganteschi nemici?

[…] Se gli abitanti di questi rifugi avessero visto una città qualunque, avrebbero avuto idea di una linea diritta, di un angolo, di una forma regolare ed avrebbero cercato nelle escavazioni le comodità che offrono queste forme stesse. Si può dunque azzardare a far risalire l’epoca nella quale questa valle cominciò ad essere abitata alla più remota antichità, a quando cioè l’isola era abitata soltanto da popoli di pastori o da un popolo soggiogato, senza difesa, costretto a nascondersi per sfuggire ad un vincitore selvaggio o barbaro. In questo caso quelle piccole coppe greche di terracotta ritrovate nelle tombe, quel piccolo piedistallo di marmo, quei particolari forni tagliati in modo regolare sarebbero degli oggetti interessanti e singolari. Allora questi rifugi, abitati dapprima da un popolo intero, sarebbero stati abbandonati per andare a costruire Trinacria, Casmene, Argiro [sic], Enna, Camico ed altre città nel centro dell’isola e sull’alto delle rocce, dove si sa che si erano stabiliti i Sicani e che si difendevano contro i Lestrigoni ed anche contro i greci che occupavano le coste del mare. Di tanto in tanto i greci guerreggiavano con questi popoli che avevano respinto, ma non vinto; ciò che potrebbe provare che le colonie greche in Sicilia, come le nostre in America e in Asia, miravano maggiormente ad arricchirsi con il commercio che al desiderio di espandersi. Queste prime abitazioni, rimaste vuote, avevano potuto, a più riprese, servire da rifugio sconosciuto, sia nei tempi remoti, sia al tempo dei Greci, sia anche in quello dei Romani, quando dovettero mandare in Sicilia dei forti eserciti durante parecchi anni, contro la rivolta degli schiavi che, dopo aver perduto tutte le città che avevano sollevato, occupavano ancora la campagna, sparivano e riapparivano quando si pensava che fossero sgominati. Questi oscuri rifugi erano atti a procurare loro questi mezzi; sono stati sempre occupati, poiché si trovano tuttora dei pastori che vi vivono, senza mutare nulla della primitiva forma, ne fanno il medesimo uso, sono selvaggi come i primi, vivono di latte, di frutta e di cavoli che coltivano in fondo alla vallata, attaccano le loro vacche e le loro capre negli stessi posti ed agli stessi anelli, si coricano nel medesimo luogo ed hanno la stessa paura di un uomo che indossa un vestito, come avrebbero potuto averla i primi abitanti di un uomo che fosse loro apparso con un aspetto diverso. Quelli di oggi, quando per caso vedono degli stranieri, credono che siano degli stregoni che vengono a cercare tesori. Perciò le nostre guide non lasciarono mai soli i nostri disegnatori, perché l’atto del disegnare sembrava in realtà a questa buona gente una qualche operazione di necromanzia. Ero andato avanti da solo; percorrendo quei luoghi solitari e selvaggi, non potevo impedirmi di fantasticare. La mia immaginazione riandava a quei tempi passati, quando la vallata era abitata da quegli uomini semplici che vivevano del latte del loro gregge e si vestivano con le loro pelli. Li vedevo intenti a mungere le capre, a guidare e a chiudere le greggi in quelle tane, a salire ai piani superiori, carichi dei loro bambini o dei capretti che non volevano lasciare con le madri. Li vedevo seduti nell’erba, prendere i loro pasti sulla sponda di quelle belle sorgenti, senza aver idea di altre necessità, senza desiderare nient’altro di più di quello che la terra offriva al loro sguardo ed alle loro mani.

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