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Il cristiano in politica 4 Nov 2006

Posted by frvittorio in Politica.
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Da qualche giorno si è concluso il 4° Convegno Ecclesiale nazionale Italiano, tenutosi a Verona dal 16 al 20 di ottobre. “Testimoni di Gesù Risorto, Speranza del mondo”, era questo il titolo di un convegno particolare, perché era la prima occasione nella quale la chiesa italiana si radunava in assemblea con Benedetto XVI.

Dal titolo risulta chiaro lo scopo del Convegno: testimoniare in maniera credibile la novità Cristo Risorto quale unica novità capace di rispondere agli interrogativi e alle speranze più profonde degli uomini di oggi[1].

Ovviamente il compito della testimonianza impegna tutta la Chiesa, ma, in particolare, l’attenzione è stata rivolta ai fedeli laici. Si coglie da più parti oggi l’esigenza della presenza di un laicato adulto, che possa agire con consapevolezza e responsabilità, con dedizione e con fedeltà.

In un’epoca segnata da una concezione fluida dell’individuo e dal relativismo i fedeli laici sono chiamati a prendere consapevolezza della propria identità all’interno della Chiesa e della società nella quale sono inseriti come elementi attivi. Nella logica del lievito che deve fermentare la massa e del sale che deve dare sapore, i fedeli laici devono essere coscienti di essere portatori di una novità, Gesù Cristo, che ci fa rinascere nel battesimo dandoci una nuova vita, alla maniera di San Paolo che nella lettera ai Galati scrive “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2, 20).

è a questa testimonianza che Benedetto XVI richiamava l’assemblea di Verona riferendosi alla situazione dell’Italia, la quale «si presenta a noi come un terreno profondamente bisognoso e al contempo molto favorevole per una tale testimonianza. Profondamente bisognoso, perché partecipa di quella cultura che predomina in Occidente e che vorrebbe porsi come universale e autosufficiente…». I rischi di questo orientamento culturale sono l’esclusione di Dio dalla cultura e dalla vita pubblica (relativismo) e la riduzione dell’uomo considerato solo un prodotto della natura (utilitarismo).

Di fronte a questa situazione l’atteggiamento del cristiano non può essere di rinuncia e di chiusura: «occorre invece mantenere vivo e se possibile incrementare il nostro dinamismo, occorre aprirsi con fiducia a nuovi rapporti, non trascurare alcuna delle energie che possono contribuire alla crescita culturale e morale dell’Italia»[3].

Il discorso ha toccato diversi argomenti; partendo dalla persona umana Benedetto XVI ha poi trattato i temi dell’educazione e della testimonianza di carità, per arrivare a parlare delle responsabilità civili e politiche dei cattolici.

In maniera sintetica e chiara il Santo Padre espone la questione del rapporto dei cattolici con la politica:

 

«Come ho scritto nell’Enciclica Deus caritas est (cfr nn. 28-29), sui rapporti tra religione e politica Gesù Cristo ha portato una novità sostanziale, che ha aperto il cammino verso un mondo più umano e più libero, attraverso la distinzione e l’autonomia reciproca tra lo Stato e la Chiesa, tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio (cfr Mt 22, 21). La stessa libertà religiosa, che avvertiamo come un valore universale, particolarmente necessario nel mondo di oggi, ha qui la sua radice storica.
La Chiesa, dunque, non è e non intende essere un agente politico. Nello stesso tempo ha un interesse profondo per il bene della comunità politica, la cui anima è la giustizia, e le offre a un duplice livello il suo contributo specifico. La fede cristiana, infatti, purifica la ragione e l’aiuta ad essere meglio se stessa:  con la sua dottrina sociale pertanto, argomentata a partire da ciò che è conforme alla natura di ogni essere umano,
la Chiesa contribuisce a far sì che ciò che è giusto possa essere efficacemente riconosciuto e poi anche realizzato. A tal fine sono chiaramente indispensabili le energie morali e spirituali che consentano di anteporre le esigenze della giustizia agli interessi personali, o di una categoria sociale, o anche di uno Stato: qui di nuovo c’è per la Chiesa uno spazio assai ampio, per radicare queste energie nelle coscienze, alimentarle e irrobustirle. Il compito immediato di agire in ambito politico per costruire un giusto ordine nella società non è dunque della Chiesa come tale, ma dei fedeli laici, che operano come cittadini sotto propria responsabilità: si tratta di un compito della più grande importanza, al quale i cristiani laici italiani sono chiamati a dedicarsi con generosità e con coraggio, illuminati dalla fede e dal magistero della Chiesa e animati dalla carità di Cristo».

 

Ritengo che l’affermazione del Papa della piena cittadinanza dei cattolici, cioè la loro  responsabilità civile e politica, sia da collegare con l’invito a non chiudersi e ad aprirsi con fiducia a nuovi rapporti collaborando con tutte quelle forze che possono favorire la crescita del nostro paese.

Il Papa non dice solo che il laico cristiano è chiamato a impegnarsi nella politica, ma, seppure solo con brevi cenni, indica anche il come. Tale indicazione l’aveva già data in passato il Cardinal Martini che, dopo Tangentopoli, aveva offerto ai cristiani impegnati in politica, disorientati dalla fine della DC, una sorta di “decalogo”: «una lista di dieci opzioni da consolidare per guardare con fiducia al futuro»[5].

Si era all’indomani del convegno delle chiese d’Italia del 1995, tenutosi a Palermo, all’interno del quale Giovanni Paolo II si era rivolto ai convegnisti affermando che «la Chiesa non deve e non intende coinvolgersi con alcuna scelta di schieramento politico o di partito, come del resto non esprime preferenza per l’una o l’altra soluzione istituzionale che sia rispettosa dell’autentica democrazia», aggiungendo però che comunque non si può «ritenere ogni idea o visione del mondo compatibile con la fede», né accettare «una facile adesione a forze politiche e sociali che si oppongano, o non prestino sufficiente attenzione, ai principi della dottrina della Chiesa sulla persona e sul rispetto della vita umana, sulla famiglia, sulla libertà scolastica, la solidarietà, la promozione della giustizia e della pace»[6].

Il “decalogo” di Martini, sulla scia delle parole di Wojtyla, si allacciava perfettamente al periodo che la politica stava vivendo in Italia. Da allora sono passati dodici anni, ma le dieci opzioni di Martini rimangono ancora valide e per questo è opportuno riproporne alcune, aggiornate però con quanto lo stesso Cardinale ha detto in merito nei suoi successivi discorsi.

 

 

v     La politica non è tutto

 

Il servizio cristiano alla società, in quanto servizio di testimonianza e di annunzio del Vangelo, non si può ridurre alla partecipazione alla vita politica e all’adesione ad un partito. «Un contesto importante di partenza per un nuovo discorso politico è la presa di coscienza del patrimonio sociale e caritativo della comunità cristiana  e della sua forza di lievito della società». Si tratta di fare propria la cultura della solidarietà e della carità per poi immetterla nella costruzione della città dell’uomo. «Tale cultura inserisce l’istanza di comunione nell’economia; orienta l’ethos nazionale nel senso di una maggiore sensibilità ai bisogni dei poveri della nostra società e di quelli del Sud del mondo»[7].

 

 

v     La politica è laica

 

Come afferma il Concilio Vaticano II, tutte le realtà temporali, tra le quali la politica, hanno un ordine proprio come anche delle leggi e degli strumenti propri. In questo senso la politica è laica, ciò significa che dalla fede non si può dedurre direttamente un modello di organizzazione sociale, politica o economica.

Il passaggio dalla fede alla politica comporta pertanto una mediazione antropologica ed etica. è attraverso questi due piani che il cristiano è chiamato a fare filtrare i contenuti di fede nell’ambito dell’azione politica.

Per fare ciò però è importante che il cristiano sappia distinguere il piano dei principi etici da quello dell’azione politica: «i principi etici sono assoluti ed immutabili. L’azione politica, che pure deve ispirarsi ai principi etici, non consiste di per sé nella realizzazione immediata dei principi etici assoluti, ma nella realizzazione del bene comune concretamente possibile in una determinata situazione.

Nel quadro di un ordinamento democratico, poi, il bene comune viene ricercato e promosso mediante i mezzi del consenso e della convergenza politica. Nel fare ciò non è mai possibile ammettere un male morale. Può però accadere che, in concreto – quando non sia possibile ottenere di più, proprio in forza del principio della ricerca del miglior bene comune concretamente possibile –, sia bene o sia opportuno accettare un bene minore o tollerare un male rispetto a un male maggiore»[8].

La politica richiede pertanto la capacità di intraprendere cammini di dialogo che diano risultati positivi, anche se gradualmente, in quanto la chiusura su dei “no” alla fine diventa sterile, se non controproducente. «Non basta, ad esempio, proclamare il valore della famiglia ed esigere una legislazione che la promuova e che prevenga i danni gravissimi che porta alla società la dissoluzione del vincolo matrimoniale, se non ci si fa carico di una ricerca paziente di soluzioni pratiche che tengano conto anche di chi ha concezioni diverse e che fa parte della stessa società civile. (…) Non ogni lentezza nel procedere è necessariamente un cedimento. C’è pure il rischio che, pretendendo l’ottimo, si lasci regredire la situazione a livelli sempre meno umani»[9].

 

 

v     Il pluralismo è legittimo

 

La fede, come detto poc’anzi, non determina un unico partito politico o un’unica soluzione politica, per cui è possibile che i cristiani possano aderire a programmi politici diversi, ma ugualmente validi. è ciò che affermava lo stesso Paolo VI: «nelle situazioni concrete e tenendo conto delle solidarietà vissute da ciascuno, bisogna riconoscere una legittima varietà di opzioni possibili. Una medesima fede cristiana può condurre a impegni diversi».

Tuttavia il pluralismo politico non deve essere confuso con il relativismo etico.La Chiesa non può tacere o essere indifferente nei confronti del «farsi strada di un liberismo utilitaristico che non mette ordine nelle attese e nei bisogni secondo una gerarchia dei valori, ma eleva il profitto e l’efficienza o la competitività a fine, subordinando ad essa le ragioni della solidarietà», né si può rimanere neutrali nei confronti «di una logica decisionistica che non rispetta le esigenze di una paziente maturazione del consenso o che cerca di estorcerlo con il plebiscito generalizzato o si illude di operare col sondaggio dei desideri, semplificando la complessità della politica, dei suoi tempi e delle sue mediazioni» [11].

 

 

v     Il metodo democratico

 

Il Cardinal Martini afferma che l’attenzione dei cristiani nella vita politica deve riguardare il metodo della politica prima ancora dei contenuti. Non si tratta di mettere in ombra i valori etici, ma di trovare un metodo che possa conservarli, difenderli e proporli. Non può un cristiano aderire ad un programma, buono in sé, ma attuato da un regime totalitario. Certo oggi noi in Occidente abbiamo raggiunto ovunque la democrazia, ma bisogna stare attenti perché a volte sono presenti delle forme sottili di spirito antidemocratico, che tendono a eludere il dibattito ed il confronto, in nome di una decisione rapida (indice di un governo “forte”), magari dando all’altra parte la possibilità di dire solo un “si” o un “no” secchi, senza permettere di studiare bene il problema in questione. Il risultato di ciò è una società divisa, intrisa di spirito di rivalsa, guidata più dall’emotività che dalla ricerca sincera del bene comune[12]. 

 

 

v     Il pensare e l’agire del cristiano in politica

 

Il cattolico oggi corre il rischio di rimanere nel pre-politico e nel sociale, guadando all’azione politica solo come a quella possibilità ad esempio di avere approvato il finanziamento per le scuole cattoliche. Bisogna allargare gli orizzonti così da valutare il progetto globale di società, progetto a favore del quale i cristiani sono chiamati a lavorare attivamente, senza rimanere ai margini, nell’attesa di uno più interventi parziale a loro favore.

Il cristiano in politica è chiamato dunque a collaborare all’ideazione di un progetto di società, ma non solo, nel senso che il suo impegno in politica si deve trasformare anche in azione incisiva. Martini parla a tal proposito del rischio di accidia politica, la quale spegne ogni spinta al cambiamento. Spesso si parla dei cristiani come dei moderati, ma tale moderazione non sempre ha un risvolto positivo. «L’elogio della moderazione cattolica – afferma il Cardinale –, se connesso con la pretesa che essa costituisca la gamba moderata degli schieramenti, diventa una delle adulazioni di cui parlava S. Ambrogio, mediante la quale coloro che sono interessati all’accidia e ignavia di gruppo, lo spingono al sonno»[13].

La moderazione buona, cioè quella che appartiene allo stile cristiano di fare politica, è fatta di rispetto dell’avversario, di sforzo per comprendere le sue istanze giuste e comporta anche la relativizzazione dell’enfasi salvifica della politica.

Il cristiano deve accompagnare la moderazione buona con un’azione riformista coraggiosa, che in consonanza col Vangelo, sappia essere profetica e radicale, lontana dall’accidia di certi compromessi o di certi comportamenti “diplomatici”.

Tale riformismo ha bisogno del superamento della vecchia forma di partito ed in questo il Cardinale si esprime in perfetta sintonia con il pensiero di Luigi Sturzo. Il sacerdote di Caltagirone era convinto che i cristiani, pur non essendo la maggioranza, avrebbero avuto la capacità di unire tutte le forze riformiste (i “liberi e forti”) su un programma coraggioso e riformista, basato su valori comuni, ma rispettoso dell’identità di ciascuno.   

 

 

Infine permettetemi di fare un richiamo ad alcuni dei nostri politici per il loro modo di trattare il mondo cattolico, considerato spesso e volentieri terra di conquista, sulla quale approdare in tempo di campagna elettorale o per qualche subdolo fine strumentale legato a fatti più o meno importanti, ma che comunque fanno odiens e che quindi spingono i più “furbi” della classe dirigente a “cavalcarne l’onda”.

Bisogna anzitutto tenere presente, come ha ribadito con forza il Santo Padre nel suo discorso a Verona, in un passaggio molto applaudito, che «il compito immediato di agire in ambito politico per costruire un giusto ordine nella società non è della Chiesa come tale, ma dei fedeli laici, che operano come cittadini sotto propria responsabilità».

Questa affermazione contiene un’importante verità che potremmo tradurre ai nostri politici in questo modo: le parrocchie e le comunità ecclesiali non sono un bacino di voti orientati a proprio piacimento dal parroco o dal sacerdote assistente. Che alcuni politici abbiano questa concezione di parrocchia e dei cristiani, a dir poco mortificante, è evidente da alcuni fatti esemplari.

Faccio riferimento ad uno in particolare, non perché io lo ritenga l’unico, ma perché, in maniera emblematica, rende tangibile tale concezione.

I circa 25.000 parroci italiani alla vigilia delle scorse elezioni politiche hanno ricevuto un opuscolo azzurro intitolato I frutti e l’albero. Cinque anni di governo Berlusconi letti alla luce della Dottrina sociale della Chiesa.

Evito di dilungarmi in considerazioni personali per lasciare, in conclusione, alla vostra lettura un breve articolo, pubblicato in un periodico di Larino, Il Ponte, scritto da Don Gino D’Ovidio, parroco di Duronia (Cb), contenente un giudizio sull’opuscolo in questione e sulla mentalità che ci sta dietro.

  • Sandro Bondi per la pubblicità elettorale di Forza Italia ha inventato l’ennesimo espediente: ha inviato ai 25.000 parroci italiani un opuscolo di dieci pagine dal titolo “I frutti e l’albero” in cui maldestramente prova a presentare i “cinque anni del governo Berlusconi alla luce della Dottrina sociale della Chiesa”.Nella lettera che accompagna l’opuscolo si prova a penetrare nella coscienza dei sacerdoti, che sappiamo tutti essere molto vigile e critica, con una presentazione dell’azione del governo Berlusconi che avrebbe dato all’Italia una condizione di promozione umana e sociale per tutti, ma in particolare per i più deboli secondo criteri di sussidiarietà e di solidarietà, seguendo le indicazioni della Dottrina sociale della Chiesa.                                          Si fa di più: si presenta la Casa delle Libertà come il baluardo di difesa del patrimonio culturale e spirituale dei cattolici ed in certi passaggi si ha la sensazione che si voglia presentare il conto alla Chiesa per talune leggi estremamente discutibili quali quelle per gli oratori, per gli insegnanti di religione e per l’abolizione dell’Ici agli enti ecclesiastici. Peccato che Forza Italia non si renda conto di aver scelto per l’opuscolo lettori preparati, menti pensanti e con una elevata capacità di lettura della realtà politica italiana. Primo errore gravissimo, allora: la convinzione di Forza Italia che i sacerdoti per informarsi leggano gli opuscoli piuttosto che i giornali. Tra l’altro il tentativo di presentare la situazione italiana dopo i cinque anni di governo Berlusconi come un eldorado cozza contro i dati presentati dall’Eurispes in gennaio e dall’Istat recentemente. I due istituti descrivono un Paese a crescita zero, una contrazione di centoduemila posti di lavoro, un deficit pesante, un aumento della fascia di povertà impressionante anche tra il ceto medio ed una precarizzazione del mercato del lavoro che preoccupano un po’ tutti, dagli industriali ai sindacati fino ai normalissimi cittadini i quali non riescono più a vivere con stipendi e pensioni che hanno perso pesantemente il loro potere d’acquisto.Il libretto spedito da Bondi ai sacerdoti prova persino a presentare il governo Berlusconi come il paladino della pace nel mondo e colui che sta impegnandosi fortemente per la riduzione del debito dei Paesi poveri ed il loro sviluppo economico.Francamente la parte più eclatante, scandalosa ed anche indisponente del documento firmato da Bondi è che Forza Italia scriva ai presbiteri della Chiesa cattolica italiana presentandosi come il partito che avrebbe governato in linea con i principi della Dottrina sociale della Chiesa. È paradossale che possa sostenere questo chi ha ignorato le posizioni nonviolente di Giovanni Paolo II sulla guerra in Iraq, ha fatto una riforma fiscale che agevola i redditi medio-alti, ha distrutto con parecchie leggi ad personam la cultura della legalità, ha cercato di minare i principi di una giustizia uguale per tutti, ha prodotto una riforma scolastica che riporta indietro il Paese nella garanzia di un diritto allo studio criticamente fondato, ha ostacolato il valore dell’accoglienza per gli immigrati con la Bossi-Fini, sta provando a cancellare solidarietà ed unità nazionale con il progetto pseudofederalista della devoluzione ed infine prova a sovvertire i fondamenti dello Stato democratico con una legge elettorale ed una riforma della Costituzione che stanno provocando in tutta Italia un vero e proprio movimento di ribellione al punto che le firme per il referendum abrogativo hanno raggiunto un numero elevatissimo. Inoltre a nessuno sfugge l’arroganza di questo governo che ha cercato di cambiare perfino le regole fondamentali dello Stato a colpi di maggioranza, dimenticando che abitualmente esse si affidano ad una commissione bipartisan e che comunque si modificano con il concorso di tutto il Parla-mento.C’è chi con posizioni molto rispettose in questa campagna elettorale sta cercando di tenere un dialogo corretto e costruttivo con il mondo cattolico. In questa direzione non va certo l’opuscolo di cui stiamo parlando. Ai sacerdoti che lo stanno ricevendo, secondo noi, non resta altro da fare che rinviare al mittente uno strumento che non cerca seria informazione e confronto con la Chiesa, ma si pone unicamente come puro mezzo di pubblicità, costruito per giunta con scarso rispetto per l’intelligenza altrui. A fronte di tale posizione chi pone in atto tali escamotage elettorali riuscirà forse a capire un po’ che il mondo cattolico non è terra di conquista, ma parte attiva, responsabile e critica della società italiana con cui ci si può solo correttamente confrontare.

                                                                                                                          


[1] Cfr. Comitato preparatorio del IV convegno ecclesiale (Verona 16-20 ottobre 2006), Traccia di riflessione del comitato preparatorio, n.1.

[2] Benedetto XVI, «Discorso al 4° convegno Ecclesiale Nazionale Italiano», in Osservatore Romano, 20 ottobre 2007.

[3] Idem.

[4] Idem.

[5] Martini C. M., Chiesa e comunità politica, Sant’Ambrogio, 1995.

[6] Giovanni Paolo II, «Discorso ai convegnisti», in Il Regno, 21/12(1995), 671.

[7] Martini C. M., Chiesa e comunità politica, Sant’Ambrogio, 1995.

[8] Idem, Criteri di discernimento nell’azione politica, 1998.

[9] Idem, Chiesa e comunità politica, Sant’Ambrogio, 1995.

[10] Paolo VI, Octogesima adveniens (1971). n. 50.

[11] Martini C. M, Chiesa e comunità politica, Sant’Ambrogio, 1995.

[12] Cfr. Idem, La linfa e l’albero, 1996.

[13] Idem, “Coraggio, sono io,  non abbiate paura” (Mt 14, 27), S. Ambrogio, 1999.

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