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Laicità dello Stato e libertà negate. 11 Dic 2006

Posted by Pietro Avveduto in Costume & Società, Politica.
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La questione della laicità dello Stato è alla base di ogni dibattito che interessi tematiche che insistono nella sfera dell’etica e della morale. Per questo motivo, prima di immergersi nel dibattito su bioetica, eutanasia o coppie di fatto, appare necessario porre dei punti fermi sull’argomento della laicità dello Stato. Ogni dibattito che non facesse una preventiva chiarezza su questo tema, infatti, rischia, come dimostrano le cronache di questi giorni, di ridursi ad uno sterile scambio di accuse e rivendicazioni che nulla hanno a che vedere con una seria analisi delle problematiche ed un costruttivo confronto volto alla ricerca di soluzioni valide.

A dire il vero, la questione della laicità dello Stato non è un dibattito dell’ultima ora. Da tempo, ma solamente all’interno di cerchie ristrette, l’argomento è stato occasione di confronto. Oggi, invece, la laicità dello Stato è diventata di dominio pubblico, finendo con l’assumere sempre più le connotazioni tipiche dei discorsi da “bar dello sport” fatte, spesso, di luoghi comuni e posizioni di comodo. A risollevare il livello della discussione non giovano certamente le posizioni, spesso dettate da “necessità” o “volontà” populiste, assunte dall’attuale classe politica e dai mezzi d’informazione (vangeli della nuova religione rivelata della  massificazione mediatica).

Per parlare di laicità dello Stato è bene andare a vedere quali siano stati i motivi storici e culturali che hanno portato questa tematica all’attenzione, prima, degli “addetti ai lavori” e, poi, di noi “miseri mortali”.

Il problema della laicità dello Stato non può essere considerato una esclusiva tutta italiana, anche se la realtà italiana, nel suo divenire storico e culturale, si differenzia fortemente da, per esempio, gli stati islamici “integralisti, dove il potere religioso ed il potere statale vivono in una perfetta simbiosi, o da quegli ultimi baluardi comunisti, come la Cina, dove, addirittura, è lo Stato a decidere le gerarchie ecclesiali. Ma la differenza più sostanziale tra la realtà italiana e le altre va ricercata nella presenza storica sul territorio nazionale del Papa ed all’esistenza, nel corso dei secoli, di un continuo confronto dualistico. Nel Medio Evo c’erano i “guelfi” ed i “ghibellini”; nel secondo dopoguerra c’era la Democrazia Cristiana, il “partito dei cattolici”, ed il Partito Comunista, che predicava una “fede materialistica”.

Come si può vedere, la questione della laicità dello Stato non ha contorni così semplici e, soprattutto, non è, contrariamente a quanto qualcuno vorrebbe fare credere, la rivendicazione di uno “status” che può essere etichettata come esclusiva appartenenza di una parte politica.

Oggi, però, assistiamo sempre più frequentemente ad un dibattito sulla laicità dello Stato che, orfano di una seria ed obiettiva analisi storica, sociale e culturale, fa registrare un sempre più diffuso approccio alla questione che potremmo definire metodologicamente “negativo” e fortemente connotato per una sorta di “accanimento ideologico”,  preconcetto ed esclusivamente rivolto contro la religione Cattolica e tutto ciò che ad essa è riconducibile.

Quando parlo di metodologia “negativa”, da contrapporre a quella “positiva”, mi riferisco al fatto che si tende a difendere il “diritto alla libertà di religione” proponendo azioni volte ad impedire l’esercizio di questo diritto ad una religione, nella fattispecie quella Cattolica.

Quando, invece, parlo di “accanimento ideologico e preconcetto” mi riferisco all’atteggiamento di quelle persone che, non curanti o non consci del paradosso, sono pronti ad additare la Chiesa di occupare abusivamente la vita dello Stato e, contemporaneamente, ad additare lo Stato nel suo vietare ad altri credi religiosi quell’occupazione abusiva.

Volendo comprendere l’anamnesi di queste posizioni “anti”, sono portato pensare che le stesse siano il conseguente frutto di decenni di commistione tra Chiesa e Stato (leggi Democrazia Cristiana) che, però, se contestualizzata ci accorgiamo avere avuto il naturale contro altare nella altrettanto forte commistione tra”ateo laico” ed ideologia marxista-leninista della “Grande Madre Russia”.

Il voler provare a comprendere l’anamnesi, però, è cosa assai ben diversa da poter giustificare le suddette posizioni “anti”. Un atto giustificatorio, infatti, comporterebbe, a mio avviso, due logiche conseguenze. La prima è la negazione dell’anacronismo delle posizioni stesse e, quindi, l’indiretta affermazione della attualità e validità di quel pensiero comunista che la storia, con la caduta del Muro di Berlino, ha voluto giudicare fallito. La seconda conseguenza, invece, è la negazione e non accettazione di un percorso storico e culturale che ha portato la Chiesa Cattolica e, più precisamente, il “fedele laico”  a prendere coscienza del suo essere “nel” mondo e “del” mondo e, quindi, di dover coniugare queste due realtà nel suo agire quotidiano.

A questa riflessione va aggiunta anche la sfilza di luoghi comuni e “posizioni di comodo” che, davanti all’impossibilità logica di poter sostenere la validità delle posizioni “anti”, si trasformano da contorno a tesi fondamentali.

Alla fine, come si può ben notare, la questione della laicità dello Stato, passando dal “bar dello sport” e grazie all’atteggiamento “negativo” che ho citato, subisce una sostanziale trasformazione. Dal necessario confronto di idee volto a definire il ruolo dei “laici”, alla luce del loro rapporto tra “fede” (qualsiasi fede, anche quella atea) e “politica”, si è passati a ridurre la questione ad una sfilza di rivendicazioni che hanno come unico scopo la richiesta del silenzio della parte avversa, ovviamente quella legata ai valori ed alla cultura Cattolica.

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