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L’Agorà e Platone capovolto 28 Gen 2008

Posted by Mariagiovanna Gradanti in Arte e Cultura, Costume & Società.
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In principio fu l’Agorà (in greco ἀγορά): la piazza, un luogo materiale e tangibile, che rappresentò, a partire dal V secolo a.C., il centro della polis; era lì, in quel territorio mistico eppur così ordinario ai greci, che si svolgevano tutte le attività umane: era la sede del mercato, dei luoghi di culto religioso, dei teatri, delle assemblee dei cittadini, nelle quali si discuteva dei problemi della comunità e si creavano le leggi. L’Agorà costituì un’originale innovazione urbanistica ad opera degli ellenici, che non aveva simili nei centri confinanti. Il motivo di ciò era squisitamente politico: nelle terre limitrofe non vi era ancora la democrazia, il governo del popolo.

L’agorà, un posto a pianta circolare, aperto a tutti (ma non alle donne), era quindi lo spazio più opportuno in cui esercitare questa raffinatissima arte, che a sua volta costituiva il “luogo”, tuttavia metafisico, della decisione.
Per Platone, la piazza riproduceva fisicamente la sua visione della democrazia, ossia l’adunanza degli ateniesi che, insieme, attuavano la politica.

Nell’articolo del filosofo contemporaneo Umberto Galimberti, intitolato “Hanno capovolto Platone”, pubblicato su “La Stampa”, si decreta la fine della democrazia così intesa; la causa sarebbe da ricercare nel capovolgimento del rapporto tra la politica, considerata il nucleo del potere decisionale, la tecnica e l’economia. Per il filosofo vissuto ad Atene tre secoli prima di Cristo, la sommità della piramide era occupata dal governo, mentre scienza, tecnica e leggi di mercato ne costituivano la base ideale; ai giorni nostri, la piramide si è ribaltata: la politica ha assunto, con il passare del tempo, il ruolo di ostaggio delle decisioni di altre scienze. Vale a dire che essa costituisce l’output di un processo decisionale in cui gli input arrivano da esperti in tecnologia, scienze, diritto, politiche ambientali e, non ultima, l’economia: vero motore del mondo globalizzato, che impone le sue regole di efficacia, efficienza e funzionalità all’azione governativa e, quindi, a tutto il sistema politico.

Si tratta, però, di un circolo vizioso: lo stesso Galimberti, infatti, ci ricorda che Platone sosteneva che “le tecniche sanno come si devono fare le cose, ma non sanno se devono essere fatte e perché”; il politico, quindi, assumerebbe sempre più un ruolo marginale, di interprete dei nuovi conflitti, che si limiterebbe a ricomporre senza alcuna facoltà decisionale, la quale in passato era propria della sua funzione.

Interessante, a questo proposito, l’esempio dei referendum con i quali, in epoca recente, siamo stati chiamati a decidere su questioni molto tecniche e delicate (fecondazione assistita, nucleare, OGM), delle quali esclusivamente gli specialisti possiedono adeguate cognizioni; in questo modo, la grande massa dei cittadini italiani chiamata alle urne non ha effettivamente esercitato la libertà di scelta e di autogoverno, in quanto non ne possedeva gli strumenti, limitandosi pertanto a segnalare una preferenza dettata maggiormente da credo religioso, propensioni politiche o simpatie partitiche.

Il ruolo del piccolo schermo in questo processo è stato più che determinante: ogni dibattito televisivo che si rispetti, infatti, propone agli spettatori una varietà di opinionisti, economisti, “sondaggisti”, nonché altri tecnici specializzati nelle materie più disparate che fanno da cornice parlante ai più importanti quesiti politici che i cittadini si pongono. Galimberti, a questo proposito, parla di telecrazia; questa dovrebbe rappresentare il supremo esempio di tecnologia applicata alla democrazia. In realtà, però, ne costituisce l’esatta negazione in quanto, nella scelta della politica da appoggiare, veniamo influenzati da fattori, spesso subliminali, che niente hanno in comune con l’ideologia: questi elementi quali la capacità empatica, la retorica e, a volte, perfino la demagogia, ci portano ad apprezzare maggiormente il modo di porsi, di vestire, di utilizzare la tecnica comunicativa, allontanandoci progressivamente dall’analisi dei valori, degli ideali e dei reali contenuti della politica che ci viene sottoposta.

Nel corso dei secoli, insomma, l’Agorà, da grande piazza aperta a tutti, è diventata piccola scatola catodica, ad accesso limitato, in cui i cittadini hanno semplicemente un ruolo passivo.

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Commenti»

1. Spigolature, statistiche e archivi da Agorà Magazine « Bonazeta - 13 Apr 2008

[…] visione della democrazia, ossia l’adunanza degli ateniesi che, insieme, attuavano la politica. (segue) (Mariagiovanna […]


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